IL MUSEO “RENATO RATTI” DEI VINI DI ALBA

di Luigi Odello (1984)

Varcando la soglia si entra nelle cantine dell’abbazia, belle sale con i voltoni in mattoni che oggi raccolgono una moltitudine di oggetti appartenuti a generazioni di vitivinicoltori.
Nella prima sala si trovano attrezzi per la cultura della vite, torchi di diversi tipi e di varie epoche, imbuti, secchielli e brente. Ma tra tutti questi oggetti lignei colpisce una botte costruita scavando un tronco d’albero forse più di due secoli fa. A parte la bellezza intrinseca del reperto, essa è il simbolo dell’enologia del nord e si contrappone a quel grande vaso di terracotta, il dolium, dei caldi climi mediterranei dove gli oggetti di legno avrebbero avuto vita breve.

E’ una botte tutta di castagno, altro simbolo dei langaroli che da questa pianta traevano il legno per i mobili e per gli utensili, le foglie per i materassi e l’alimento principale per sostenersi nelle quotidiane fatiche (le castagne).
Nella saletta accanto sono raccolti tutti gli attrezzi per la lavorazione del legno e, su un carro a bilanciere, è posta un’altra curiosa botte dalla forma piatta e lunga: è la carrà, l’antesignana della moderna autobotte. Fino al 1815 aveva una capienza di 492,84 litri poi, con l’introduzione del sistema metrico decimale, diventò di 500 litri.

Il curioso sistema di misura piemontese viaggiava infatti sulla base di carrà, bottali, brente, rubbi, pinte, boccali e quartini. Ai recipienti che servivano da strumenti di misura sovrintendeva l’Ufficio Scandaglio, temuto organismo che tutto tarava piantando chiodi e apponendo punzonature. Ormai entrati nella seconda grande sala del seminterrato, non ci rimane che ammirare la bella esposizione degli oggetti che permettevano di trasferire il vino dal produttore al consumatore. Una graziosa riempitrice dai becchi in ottone ci incuriosisce ma l’attenzione è immediatamente attratta dai reperti dell’epoca romana e dalle bottiglie.

In questa regione gli antichi romani avevano importanti vie di comunicazione che permettevano una vita agiata anche a commercianti vinicoli, come quel tale Marco Lucrezio Chresto vissuto nel I secolo d.c. e abitante a Pollenzo, ricordato ancora oggi da una magnifica stele funeraria testimone di quanto fosse facoltoso. In quell’epoca chi spediva vino doveva anche fabbricarsi i contenitori, le anfore per essere chiari. Al museo Ratti ce ne sono di belle, ma, cosa anche più interessante, riconosciute dal marchio di fabbrica, alcune sono state ritrovate in Romania, bella prova della diffusione del vino albese in quelle epoche remote.

Avvicinandoci ai nostri tempi ammiriamo una bella serie di bottiglie sapientemente esposta per dimostrare l’evoluzione che questo recipiente domestico ebbe nei secoli. Rileviamo subito una curiosità che oggi ha riacquistato un significato di rilievo nella difesa dei vini di questa zona: la bottiglia Albeisa. Usatissima fino al 1730, anche se allora serviva solo per portare il vino dalla cantina alla mensa quando non si usava la duja, con l’arrivo di Napoleone, tale era il servilismo, fu soppiantata dalla bordolese e dalla borgognona. Al museo Ratti si trova esposta anche una graziosa bottiglia che conta quasi duemila anni.

Eppure questo contenitore ha impiegato molti secoli per contrarre un matrimonio definitivo con il vino al quale si unì indissolubilmente solo nel XVIII secolo quando, grazie ad innovazioni rilevanti nella tecnica vetraria, fu possibile produrne di così robuste che resistessero alla tappatura a sughero che, ovviamente, doveva essere eseguita a pressione. Per farla furono inventate macchinette bellissime, a volte ingegnose nei meccanismi a volte artisticamente intagliate: in questa sala se ne ammira un’intera collezione. Lasciando le cantine dell’Abbazia e salendo al piano terra, si entra in una bella saletta con un caminetto sovrastato da ritratti di uomini d’altri tempi: Tancredi e Juliette Falletti, Carlo Alberto, Cavour, Giuseppe di Rovanseda, Domizio Cavazza. Sono personaggi che hanno creato la storia e l’enologia albese portandola su vette ancora oggi non poco invidiate.

Il debole dei Reali piemontesi pei i vini albesi era atavico, se si pensa che nel 1631, il giorno dopo l’annessione del feudo delle Langhe al loro ducato, richiesero a Barolo circa tremila litri del miglior vino prodotto quell’anno (a quei tempi non era ancora un vino da invecchiamento). Riprendendo la nostra visita al piano terra del museo, ci soffermiamo su varie carte topografiche e vitivinicole che iniziano dal 1640, monografie del Ministero dell’Agricoltura, tavole ampelografiche, regolamenti, bandi, editti, ordini di acquisto, litografie e incisioni: tutte cose che non mancano di invogliare allo studio del vino.

Nella sala attigua è esposta la piccola oggettistica: fiasche, bicchieri – tra i quali merita una citazione a parte il bel tulipano tronco del 1700, tipico per il consumo del barolo – e le duje, brocche in terracotta che servivano per la mescita in osteria, oggi simbolo del vino piemontese. Il museo Ratti non è dedicato alla storia dell’enologia e non è un monumento al rimpianto dei bei tempi andati: è un’analisi chiara e piacevole dell’importanza che il vino ha avuto sotto l’aspetto culturale, sociale ed economico per le Langhe, piccola America di casa nostra, popolata nel 1800 da gente che in un fazzoletto di terra cercava il rimedio alla fame.

Renato Ratti

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