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Renato
Ratti S.a.s. |
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Frazione Annunziata, 7
12064 La Morra (CN) Italia
Tel +39.0173.50185
Fax +39.0173.509373
Registro delle Imprese Cuneo
N° iscr. e P.Iva 00609040043
Cap. soc. € 55.000,00 i.v.
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Il Museo Renato Ratti dei Vini di Alba di
Luigi Odello (1984)
Varcando
la soglia si entra nelle cantine dell’abbazia, belle sale con
i voltoni in mattoni che oggi raccolgono una moltitudine di oggetti
appartenuti a generazioni di vitivinicoltori.
Nella prima sala si trovano attrezzi per la cultura della vite, torchi
di diversi tipi e di varie epoche, imbuti, secchielli e brente. Ma
tra tutti questi oggetti lignei colpisce una botte costruita scavando
un tronco d’albero forse più di due secoli fa. A parte
la bellezza intrinseca del reperto, essa è il simbolo dell’enologia
del nord e si contrappone a quel grande vaso di terracotta, il dolium,
dei caldi climi mediterranei dove gli oggetti di legno avrebbero avuto
vita breve.
E’ una botte tutta di castagno, altro simbolo dei langaroli
che da questa pianta traevano il legno per i mobili e per gli utensili,
le foglie per i materassi e l’alimento principale per sostenersi
nelle quotidiane fatiche (le castagne).
Nella saletta accanto sono raccolti tutti gli attrezzi per la lavorazione
del legno e, su un carro a bilanciere, è posta un’altra
curiosa botte dalla forma piatta e lunga: è la carrà,
l’antesignana della moderna autobotte. Fino al 1815 aveva una
capienza di 492,84 litri poi, con l’introduzione del sistema
metrico decimale, diventò di 500 litri.
Il curioso sistema di misura piemontese viaggiava infatti sulla base
di carrà, bottali, brente, rubbi, pinte, boccali e quartini.
Ai recipienti che servivano da strumenti di misura sovrintendeva l’Ufficio
Scandaglio, temuto organismo che tutto tarava piantando chiodi e apponendo
punzonature. Ormai entrati nella seconda grande sala del seminterrato,
non ci rimane che ammirare la bella esposizione degli oggetti che
permettevano di trasferire il vino dal produttore al consumatore.
Una graziosa riempitrice dai becchi in ottone ci incuriosisce ma l’attenzione
è immediatamente attratta dai reperti dell’epoca romana
e dalle bottiglie.
In questa regione gli antichi romani avevano importanti vie di comunicazione
che permettevano una vita agiata anche a commercianti vinicoli, come
quel tale Marco Lucrezio Chresto vissuto nel I secolo d.c. e abitante
a Pollenzo, ricordato ancora oggi da una magnifica stele funeraria
testimone di quanto fosse facoltoso.
In quell’epoca chi spediva vino doveva anche fabbricarsi i contenitori,
le anfore per essere chiari. Al museo Ratti ce ne sono di belle, ma,
cosa anche più interessante, riconosciute dal marchio di fabbrica,
alcune sono state ritrovate in Romania, bella prova della diffusione
del vino albese in quelle epoche remote.
Avvicinandoci ai nostri tempi ammiriamo una bella serie di bottiglie
sapientemente esposta per dimostrare l’evoluzione che questo
recipiente domestico ebbe nei secoli. Rileviamo subito una curiosità
che oggi ha riacquistato un significato di rilievo nella difesa dei
vini di questa zona: la bottiglia Albeisa. Usatissima fino al 1730,
anche se allora serviva solo per portare il vino dalla cantina alla
mensa quando non si usava la duja, con l’arrivo di Napoleone,
tale era il servilismo, fu soppiantata dalla bordolese e dalla borgognona.
Al museo Ratti si trova esposta anche una graziosa bottiglia che conta
quasi duemila anni.
Eppure questo contenitore ha impiegato molti secoli per contrarre
un matrimonio definitivo con il vino al quale si unì indissolubilmente
solo nel XVIII secolo quando, grazie ad innovazioni rilevanti nella
tecnica vetraria, fu possibile produrne di così robuste che
resistessero alla tappatura a sughero che, ovviamente, doveva essere
eseguita a pressione.
Per farla furono inventate macchinette bellissime, a volte ingegnose
nei meccanismi a volte artisticamente intagliate: in questa sala se
ne ammira un’intera collezione.
Lasciando le cantine dell’Abbazia e salendo al piano terra,
si entra in una bella saletta con un caminetto sovrastato da ritratti
di uomini d’altri tempi: Tancredi e Juliette Falletti, Carlo
Alberto, Cavour, Giuseppe di Rovanseda, Domizio Cavazza.
Sono personaggi che hanno creato la storia e l’enologia albese
portandola su vette ancora oggi non poco invidiate. Il debole dei
Reali piemontesi pei i vini albesi era atavico, se si pensa che nel
1631, il giorno dopo l’annessione del feudo delle Langhe al
loro ducato, richiesero a Barolo circa tremila litri del miglior vino
prodotto quell’anno (a quei tempi non era ancora un vino da
invecchiamento).
Riprendendo la nostra visita al piano terra del museo, ci soffermiamo
su varie carte topografiche e vitivinicole che iniziano dal 1640,
monografie del Ministero dell’Agricoltura, tavole ampelografiche,
regolamenti, bandi, editti, ordini di acquisto, litografie e incisioni:
tutte cose che non mancano di invogliare allo studio del vino.
Nella sala attigua è esposta la piccola oggettistica: fiasche,
bicchieri – tra i quali merita una citazione a parte il bel
tulipano tronco del 1700, tipico per il consumo del barolo –
e le duje, brocche in terracotta che servivano per la mescita in osteria,
oggi simbolo del vino piemontese.
Il museo Ratti non è dedicato alla storia dell’enologia
e non è un monumento al rimpianto dei bei tempi andati: è
un’analisi chiara e piacevole dell’importanza che il vino
ha avuto sotto l’aspetto culturale, sociale ed economico per
le Langhe, piccola America di casa nostra, popolata nel 1800 da gente
che in un fazzoletto di terra cercava il rimedio alla fame.
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